La storia delle tombe senza nome di Lampedusa

La storia delle tombe senza nome di Lampedusa

“È più difficile onorare la memoria dei senza nome che quella degli uomini famosi. La costruzione storica è dedicata alla memoria degli anonimi”. (Walter Benjamin)

Come si onora la memoria di qualcuno che il nome non ce l’ha?

E soprattutto, esiste qualcuno che il nome non ce l’ha?

No. Non esiste e chi dice il contrario mente.

Tutti hanno un nome, quel nome li definisce nella loro società di appartenenza, nella loro famiglia, tra i loro affetti, persino tra i loro nemici. Il nome è ciò che rende unico l’essere umano ed infatti i regini totalitari e le politiche genocidarie per prima cosa puntano all’eliminazione dell’identità attraverso la cancellazione del nome, la sostituzione con numeri.

Senza nome siamo numeri.

Chi ci toglie il nome ci affibbia un numero approssimativo.

Quanti numeri sentiamo e abbiamo sentito ai telegiornali di migranti naufragati al largo delle coste italiane nel tentativo di cercare un luogo dove vivere, sopravvivere, almeno. Di quanti di questi nomi conosciamo i nomi, sappiamo qualcosa?

I cimiteri sono da sempre quei luoghi in grado di conservare la memoria individuale, almeno lì ognuno ha un nome e qualcuno una frase per la persona che non c’è più l’ha pensata. A Lampedusa c’è un cimitero in cui su moltissime tombe il nome non c’è, nessun ricordo a ricordare…nessuno. Odissee di cui nessuno ha colpa finite in mari di numeri che di umano sembrano non avere più niente.

Ma siccome la differenza la fanno sempre le persone, in questi giorni, a queste persone che sono arrivate da noi non più in vita e prive di nome è stato deciso di dedicare almeno una narrazione postuma: un segno che dica qualcosa di loro, in assenza, ma prendendosi la responsabilità dello storico e del cittadino: quella di ridare dignità alla storia individuale degli ultimi per poi poter dare un senso alla Storia collettiva di un popolo e di tanti popoli che a quegli ultimi hanno negato la memoria del proprio nome.

Armin Greder, autore e artista che da anni lavora con i suoi albi illustrati (tutti editi da Orecchio acerbo) sui temi della migrazione, dell’odio di popolo, sulla diffidenza verso lo straniero questa volta ha deciso di raccontare non le sue storie ma quelle di chi non conosceremo mai, di chi, forse divorato dai pesci come nell’apertura di Mediterraneo, forse ripescato privo di vita, è stato travolto dal mare ed ha perso la vita nella speranza.

L’opera di Armin Greder, sempre accompagnato dalla compagna Victoria, tomba per tomba, è un’opera marina, a volte esplicita come nella barca che si inabissa (quella, la stessa, di Mediterraneo e prima ancora de L’isola) più spesso ovattata in un’atmosfera sottomarina, sempre che non perde mai il punto dell’importante: portare il mare in superficie e con esso le tante umanità perdute.

Pesci, conchiglie, onde, stelle marine, un paesaggio straniante in un cimitero che è terra nel mare ma in cui pare il mare abbia preso il sopravvendo come ha fatto con le tante vite senza nome che riposano nelle tombe.

Che senso ha tutto questo?

Il senso che sempre hanno le operazioni che restituiscono dignità all’umano, anche se morto: raccontare una storia, dire di una vita, a volte con un esercizio di immaginazione empatica, sicuramente sottraendo per ignoranza dei fatti ma sempre compensando per compassione.

Un compatimento che è un sentire insieme, non altro e, nel provare a sentire insieme ciò che è ineffabile e non esperimentabile il racconto rende vita e parola, per immagini, alla morte.

Se ciò che ci fa umani è la parola, la narrazione forse prima della parola, allora dare dignità all’umano è questo: raccontare storie.

Per questo è fondamentale con i ragazzi leggere, narrare, raccontare ma anche farsi raccontare e, di chi non ha potuto nulla di tutto questo, almeno ascoltare il silenzio, anche questo ricco di storia. La storia di chi ha tentato una nuova strada per la vita.

 

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