Il centro Baobab a Roma, storia di un antidoto contro il razzismo

Il centro Baobab a Roma, storia di un antidoto contro il razzismo

Riprendiamo un articolo di Nicola Lagioia che uscì due anni fa su Internazionale, incentrato su Baobab Experience a Roma, la cui esperienza è rintracciabile sia sul sito sopra riportato che sulla pagina Facebook dedicata.

A Roma, in via Cupa, tra la stazione Termini e la stazione Tiburtina, c’è Baobab experience. Darne una definizione ufficiale sarebbe fuorviante: non è semplicemente un centro di accoglienza per migranti, non è un centro sociale, non è (perlomeno non ancora) un progetto in cui la cittadinanza attiva incontra le istituzioni per offrire una soluzione anche parziale a un’emergenza drammatica. Il Baobab è piuttosto un corridoio umanitario per migranti in transito, che una rete di privati cittadini ha prima messo a punto e subito dopo si è caricato sulle spalle. Se l’Europa in crisi di identità non riesce a concepire una legislazione che schiodi in via definitiva il regolamento di Dublino dai suoi problemi storici, se la narrazione delle destre xenofobe soffia sulle paure dei più fragili agitando al tempo stesso il piattino per l’incasso elettorale, il mondo fuori dagli schermi dei computer (e dalle pagine dei giornali) si dimostra ancora una volta assai più degno, solidale, consapevole e soprattutto pratico rispetto alla rappresentazione che ne danno certe volte media e politici. 

In certi periodi, facendo un giro in rete, si potrebbe pensare di vivere in un paese razzista. La marina militare italiana recupera i corpi dei migranti annegati nel canale di Sicilia il 18 aprile del 2015, quando in uno dei peggiori disastri verificatisi nel Mediterraneo affondò un peschereccio con a bordo settecento persone? Sui social network c’è chi si indigna perché l’operazione costerebbe troppo. In realtà, costa un decimo di quanto un club di serie A pagherebbe un calciatore dalle buone gambe, o alla televisione pubblica costerebbero i diritti per farcelo vedere in diretta durante una finale di Champions. La cosa più importante è però che il diritto alla sepoltura e la restituzione del corpo dei defunti ai propri cari rappresentano un punto fermo (dai tempi di Ettore e Polinice) di quella stessa civiltà che gli zelanti carnefici del buon senso vorrebbero difendere annegandone i fondamentali. 

A Fermo un ultrà di estrema destra uccide un immigrato nigeriano nel corso di una colluttazione nata a seguito a un insulto razzista (“scimmia africana”)? Ecco che i leoni della tastiera di Forza nuova scrivono su Facebook: “In Nigeria Boko haram riempie di esplosivo i bambini e li manda a fare stragi, ma tu sei un eroe e scappi in Italia. A Fermo uno ti insulta e tu lo aggredisci fisicamente, ma le prendi e muori… la tipica fine di un verme”. Come se non bastasse, alcuni parlamentari della Lega nord reagiscono a uno degli omicidi più infami verificatisi da noi negli ultimi anni da una parte minimizzandone la matrice razzista (“si tratta forse solo di un balordo”), dall’altra cogliendo la palla al balzo (con un salto logico ormai sempre più praticato) per tuonare contro l’orda di immigrati irregolari che starebbero sovvertendo definitivamente i già fragili equilibri su cui si regge il nostro paese e contro gli stranieri che ci rubano il lavoro. Una paradossale posizione antioccidentale di Lega e destra estrema. Basterebbe infatti sentirsi degni di una delle migliori conquiste della nostra civiltà (un certo uso della ragione) per collegare la propria emicrania al fatto di aver appena sbattuto la testa contro la pietra angolare dell’evidenza. 

Un’alternativa al nulla

Per esempio basterebbe ricordare che Emmanuel Chidi Namdi (il nigeriano ucciso a Fermo) non era affatto un immigrato irregolare ma un richiedente asilo, costretto a fuggire dal suo paese dopo che una delle più sanguinose organizzazioni jihadiste dell’Africa occidentale aveva devastato il suo villaggio uccidendogli i genitori e una figlia, e giunto in Italia insieme alla compagna al termine di un viaggio pieno di violenze e orrori. Oppure basterebbe leggersi l’ultimo rapporto Inps, da cui si evince che il sistema pensionistico italiano ha accumulato un tesoretto di tre miliardi di euro grazie ai contributi versati e mai riscossi dai tantissimi immigrati che nel frattempo si sono trasferiti altrove (“Abbiamo calcolato che sin qui gli immigrati ci abbiano ‘regalato’ circa un punto di pil di contributi sociali a fronte dei quali non sono state loro erogate delle pensioni. E ogni anno questi contributi a fondo perduto degli immigrati valgono circa 300 milioni di euro”, ha dichiarato il presidente dell’Inps Tito Boeri presentando alla camera dei deputati il suo rapporto annuale). Così come, e questa volta la fonte è l’Istat, non è difficile scoprire che il mercato del lavoro in Italia è ancora duale, il che significa che i lavori trovati dagli stranieri non sono quelli che perdono gli italiani, e gli italiani a propria volta cercano lavori da cui gli stranieri sono tagliati fuori. 

I numeri – la cui interpretabilità non può spingersi oltre una certa soglia – disegnano un paese il cui profilo è diverso da quello che ogni giorno non si stancano di ricalcare i seminatori d’odio: a giugno, fonte Unhcr, sono sbarcate sulle coste del Mediterraneo meno della metà delle persone arrivate nel giugno del 2015; in Italia, fonti Unhcr e Open migration, il numero di arrivi nei primi mesi del 2016 è stato lievemente inferiore rispetto all’anno scorso. Ma la più clamorosa smentita di queste posizioni, che se non sono razziste con il razzismo giocano pericolosamente, si trova frequentando quel terreno pieno di asperità e contraddizioni che è da sempre la realtà. 

Per esempio, si può fare un salto al Baobab. 

Quando cercavo di raccontare a molti conoscenti cos’è il Baobab, non riuscivo a rendere l’idea finché non li ho portati in via Cupa. Cedendo alla più che umana tentazione di sottovalutarsi, si è portati a immaginare che un centro di primo soccorso per migranti sia qualcosa di molto complicato. Invece – con un semplicità disarmante che da una parte dimostra di cosa può essere capace una piccola comunità armata di coraggio e buona disposizione d’animo ma dall’altra reclama l’attenzione delle istituzioni – il Baobab è una strada. Proprio così. Una semplice viuzza seminascosta tra il Verano e piazzale delle Province, circondata da autofficine, rivenditori di auto usate, piccole botteghe e qualche abitazione. 

Chi vive a Roma ci sarà passato centinaia di volte senza accorgersi di niente mentre si dirigeva a piazza Bologna o alla stazione Tiburtina. Avendo il Verano alle spalle, sulla parte sinistra di questo che sembra il vicoletto di un paesino dell’Italia centrale o meridionale, sono montate delle tende. Intorno alle tende ci sono i volontari e le minime attrezzature (una cucina di fortuna, contenitori per l’acqua, bagni chimici, un presidio medico, uno sportello per l’assistenza legale, anch’esso mobile) necessarie a trasformare ciò che sarebbe solo un accampamento improvvisato in un piccolo miracolo. Ogni anno, tra queste tende, ci passano infatti oltre trentamila migranti. Non senza difficoltà e disagi, certo, ma l’alternativa sarebbe il nulla.

La prima cosa che colpisce, sono i poteri della mobilitazione dal basso. I volontari del Baobab sono comuni cittadini (insegnanti, artigiani, avvocati, piccoli commercianti, studenti universitari, infermieri…) per i quali era intollerabile che nel loro quartiere i migranti in transito fossero abbandonati a se stessi. Si organizzano con molta scrupolosità i turni (ogni turno dura dalle quattro alle quattro ore e mezza, la disponibilità va annunciata con ventiquattr’ore di anticipo, i nuovi volontari devono svolgere almeno tre turni in compagnia di quelli con più esperienza prima di muoversi in autonomia). 

Su Facebook viene segnalato a tutti i potenziali donatori ciò di cui c’è bisogno (succhi di frutta, latte uht, tonno e legumi in scatola, zainetti, infradito, confezioni di tachipirina, moduli da campeggio… ). In poche ore un social network che sotto altri polpastrelli sarebbe un amplificatore di sentenziosità si trasforma in uno strumento di solidarietà, che ogni giorno attira dalla Tiburtina, da San Lorenzo, dall’Esquilino, dalla zona di piazza Bologna gente carica di doni. E ciò che nasce nel mondo virtuale con l’ambizione di incidere sulla realtà (“Riceviamo dal centro congressi di via dei Frentani molte porzioni di cibo cotto in eccedenza di ottima qualità e dunque molto nutriente. Ma abbiamo bisogno di una mano per il ritiro quotidiano. Chi di voi può passare e ritirare questo ottimo pranzo?”, si legge a un certo punto sulla pagina Facebook dei volontari) si trasforma poco dopo in piatti di cibo. 

Molti di questi volontari sono donne e uomini delusi dalla politica istituzionale che, nemmeno lentamente, si è ritirata dal territorio arroccandosi in modo sempre meno intelligente tra le stanze del potere, negli studi televisivi, sui palchi delle sale da congressi dove si mette in scena lo spettacolino del consenso. A un certo punto della vita hanno scoperto che una politica più alta poteva nascere direttamente da loro. Altri, semplicemente, trovano nella solidarietà più che un dovere un ottimo investimento del proprio tempo libero (in termini di cultura, socialità, vita interiore).

(Continua qui…)

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