Takoua e la primavera araba in fumetto

Takoua e la primavera araba in fumetto

Dai “disegnini” per comunicare con le maestre e gli altri bambini, al racconto della rivoluzione tunisina del 2011. Il viaggio da autodidatta di Takoua, romana d’adozione

“La storia della mia famiglia, molto simile a quella di tanti altri tunisini, deve essere raccontata. Io ho scelto di farlo con il racconto a fumetti, il linguaggio che più mi appartiene”

Quando ha messo piede per la prima volta in Italia, nel 1999, Takoua aveva appena otto anni. “Io, mia madre e i miei fratelli abbiamo raggiunto mio padre, che aveva dovuto lasciare la Tunisia poco dopo la mia nascita, e che aveva ottenuto asilo politico. Siamo andati ad abitare a Roma e un mese dopo ho iniziato la scuola: conoscevo solo l’alfabeto arabo, per me è stato traumatico. Inoltre, ero molto timida e poco socievole con gli altri bambini. Così per farmi capire, ho iniziato a comunicare con le maestre e con gli altri bambini con dei disegnini. Era il solo mezzo che avevo, ma funzionava bene”. 

Takoua Ben Mohamed, 27 anni, nata nel Sud della Tunisia e romana d’adozione ride a quel ricordo: “Quella per il disegno è una passione che ho fin dall’infanzia. Avevo una grande esigenza di raccontare le cose e il fumetto è stato un modo per dare una risposta a questo mio bisogno”. Una passione che Takoua ha coltivato negli anni con i suoi studi (si è specializzata in cinema di animazione presso la “Nemo academy of digital arts” di Firenze e ha studiato giornalismo a Roma) e molte letture: “Ho studiato il mondo del fumetto da autodidatta, ad esempio ho scoperto il graphic journalism grazie ad autori come Joe Sacco e al suo bellissimo ‘Palestine’”. A 14 anni ha dato vita al blog “Fumetto intercultura” (oggi non più aggiornato) in cui per molti anni ha raccontato la quotidianità, i sogni e i problemi di un’adolescente di seconda generazione in Italia. Racconti che poi sono confluiti nel suo primo libro “Sotto il velo” (Becco Giallo edizioni).

In che modo il racconto per immagini può combattere stereotipi e pregiudizi?
TBM Il fumetto unisce immagini e parole. Questo, a mio avviso, è il suo punto di forza più grande. Inoltre, nei miei lavori ho sempre dato molto spazio al racconto della quotidianità, anche puntando su temi apparentemente frivoli: che cosa succede quando ti svegli al mattino e hai i capelli in totale disordine? C’è chi mette il velo e chi mette un cappello. Rendersi conto che la quotidianità dell’altro è molto simile alla nostra, a prescindere da cultura e religione, è il primo modo per combattere i pregiudizi che si trasformano in razzismo. 

Nel tuo nuovo libro, “Rivoluzione dei gelsomini”, racconti invece la rivolta dei giovani tunisini contro il regime di Ben Alì. Come hai vissuto quei momenti?
TBM Per me è stata una sorpresa: quando nasci in un Paese retto da una dittatura sei portato a pensare che quel regime non cadrà mai, che sia eterno. Io ero a conoscenza delle proteste e dei movimenti di opposizione al governo di Ben Alì che già si agitavano in Tunisia, ma non avrei mai sperato di vedere le immagini di quelle manifestazioni. Per tutti è stata una sorpresa: mia madre piangeva mentre guardava la televisione.

Che cosa ha significato per te la rivoluzione del 2011?
TBM Ho trascorso la mia adolescenza, gli anni in cui ciascuno di noi costruisce la propria identità, a Roma: l’Italia era il mio Paese. Mentre la Tunisia, che avevo lasciato quando ero molto piccola, era completamente scomparsa dal mio orizzonte. Oscillavo così tra un Paese che non esisteva, perché non lo conoscevo, e uno che non mi voleva. Tornare in Tunisia mi ha cambiato, mi ha permesso di allargare il mio concetto di famiglia, e trovare risposte a tante domande che mi ero sempre posta. 

Che cosa hai scoperto?
TBM È stato un lavoro difficile, durato circa tre anni, perché la ricerca ha toccato episodi della storia della mia famiglia che non conoscevo. Spesso ci sono stati “colpi” molto duri, che mi hanno costretto a mettere da parte il lavoro per qualche tempo prima di poter continuare: mio zio, il fratello di mia madre, era stato arrestato in diverse occasioni, torturato ed è morto in carcere. Lo avevo incontrato, quando ero una bambina, e a noi piccoli non aveva mai detto quello che aveva subito. L’ho scoperto solo dopo, raccogliendo le testimonianze di altri ex detenuti politici, che mi hanno raccontato come violenze e torture fossero la prassi per tutti loro. Quindi anche per mio zio.

Perché hai affrontato questo viaggio di ricerca?
TBM Perché la storia della mia famiglia, molto simile a quella di tanti altri tunisini, deve essere raccontata. Servono romanzi, film, documentari che mantengano vivi questi ricordi. Io ho scelto di farlo con il racconto a fumetti, il linguaggio che più mi appartiene.

Nel tuo racconto dedichi molto spazio a diverse figure femminili.
TBM Io sono cresciuta in mezzo a grandi donne: mia madre, semplice casalinga ma non meno determinata di mio padre, mia zia, attivista nei movimenti universitari, mia nonna. Quando si raccontano i grandi cambiamenti sociali al femminile, si ricordano sempre le grandissime donne che hanno fatto la storia, quella con la “s” maiuscola. Non si parla mai di quelle donne che, nel loro piccolo, hanno promosso questi cambiamenti. In Tunisia, ad esempio, sono state queste donne -apparentemente semplici- a portare avanti i movimenti politici, a far circolare le informazioni, quando i leader, gli uomini erano in carcere o in esilio. Sono queste le donne che hanno fatto nascere e crescere quella generazione di giovani che poi si è sollevata nel 2011.

Takoua Ben Mohamed, ragazza d’origine tunisina figlia di un rifugiato politico, vive in Italia dall’età di otto anni. Da allora è iniziato il suo processo di integrazione, un viaggio in cui gli ostacoli non sono mancati. L’arte però l’ha aiutata e nei suoi fumetti racconta, con ironia, cosa vuol dire essere musulmana velata nella nostra penisola, parlando di cittadinanza, discriminazione ma anche dialogo e rispetto tra culture

ROMA – L’inchiostro nero scivola su carta e delinea dei confini netti, il tratto di penna è preciso e leggero. Ma i temi che Takoua affronta nelle sue vignette non lo sono affatto. Arriva al nostro appuntamento con una cartellina gialla, ordina un cappuccino e subito ci mostra le sue tavole: “Questo è il mio ultimo progetto, un libro che sto scrivendo. Parla di me, di chi sono io”, sorride. Pregiudizio, razzismo, paura del diverso racchiusi in un fumetto che rievoca le lotte della primavera araba e il difficile processo di integrazione di una ragazza musulmana (e velata) in Italia. Takoua Ben Mohamed lo chiama Fumetto Intercultura (pagina Facebook) e in lei, 21 anni, diplomanda in ragioneria, convivono due anime: quella romana della periferia, che l’ha vista spostarsi, a partire dalle elementari, tra Spinaceto, Tor Bella Monaca, Centocelle e Torre Angela; quella tunisina della bianca sabbia di Douz, alle porte del Sahara, dove ha trascorso la prima infanzia sotto il regime di Ben Ali. 

Doppia appartenenza.
 “Mio fratello ha sei anni ed è nato qui in Italia. Solo adesso, dopo un viaggio in Tunisia, sta iniziando a sentire questa sua doppia appartenenza”, spiega. Un paese, la Tunisia, ancora al centro di continue tensioni politiche tra il partito di maggioranza Ennahda, i gruppi integralisti, la coalizione socialista e progressista e che, dopo la Rivoluzione dei Gelsomini e la caduta del clan del successore di Habib Bourguiba, sta cercando con fatica un assestamento. A Roma Takoua è arrivata grazie al ricongiungimento familiare che le ha permesso di riabbracciare suo padre, rifugiato politico, costretto nel 1991 ad abbandonare il Paese per aver partecipato a manifestazioni di protesta contro il governo.

Morire in carcere. “Si dice che la rivoluzione sia scoppiata all’improvviso, attraverso i social network – racconta – questo però è vero solo in parte: il web ha sicuramente favorito la possibilità di organizzarsi in massa nella sicurezza dell’anonimato, ma era dalla fine degli anni ottanta che la gente desiderava uno stato diverso”. E ancora: “La nostra è stata una famiglia divisa per anni, mia madre ha dovuto mantenere da sola me e i miei fratelli perché a mio padre, esiliato, non era permesso aiutarci economicamente. Non è stato facile per nessuno. Mio zio in carcere c’è morto”.

Il velo, una libera scelta. Takoua porta il velo dall’età di undici anni e lo fa per libera scelta. Il padre non era d’accordo perché la riteneva ancora poco consapevole del significato intrinseco che questo tradizionalmente rappresenta. Lei, invece, ha messo il hijab (velo non integrale) quasi per sfida, per conoscere meglio se stessa e gli altri: “Era passato poco tempo dall’attentato alle torri gemelle e notavo, andando in giro con mia sorella più grande che già lo indossava, come gli sguardi delle persone si soffermassero, spesso con diffidenza, su di lei. Il mio primo giorno alle scuole medie è stato esemplificativo: un ragazzino mi si è avvicinato urlando “talebana, terrorista”. Pensare che all’epoca non sapevo neanche cosa fosse Al Qaeda”.

La passione per il disegno.
 È stata la passione per il disegno – in particolare per gli anime e i manga nipponici – e la sua vicenda personale che le hanno dato l’ispirazione per le strisce, in cui narra senza fronzoli e con molta ironia il vivere quotidiano degli stranieri in Italia, le seconde generazioni, il concetto di multicultura e di integrazione. Il primo ostacolo che ha dovuto affrontare è stata la lingua. Poi, qualche considerazione fuori luogo ma con varie e piacevoli eccezioni positive: “Ricordo un mio compagno di classe al quale piaceva definirsi “fascista”, adorava sguazzare nelle frasi fatte del “noi dentro, voi fuori (dall’Italia)”; un giorno ha saputo che un uomo mi importunava sull’autobus. Da quel momento ha voluto sempre riaccompagnarmi a casa per accertarsi che non mi accadesse nulla”. Una cosa che Takoua ha imparato è quella di non generalizzare mai, che si tratti di stranieri o di italiani.

Dolore, guerra e speranza in uno schizzo.“Credo di aver sviluppato una sorta di empatia – confessa – che mi permette di immedesimarmi nei panni degli altri senza esprimere giudizi affrettati”. E se nella cronaca vignette e Islam spesso non vanno d’accordo, lei con i suoi bozzetti regala una prospettiva inedita, che non dimentica Palestina e Siria: “Per me è importante parlarne. È come dare un piccolo contributo, raccontando in modo diretto e semplice, tramite uno schizzo, il dolore, il conflitto ma anche la speranza”.

Il sogno dell’animazione. Aveva iniziato per hobby, come attivista in alcune associazioni di volontariato. Oggi le sue opere (tra cui compaiono alcune graphic novel animate) sono state pubblicate nel libro “Il velo nell’Islam – Storia, politica, estetica” della professoressa Renata Pepicelli, nel documentario “Al Qaeda! Al Qaeda! Come fabbricare il mostro in tv“, con l’avvocato Luca Bauccio, destando l’interesse dell’emittente Al Jazeera. Dopo la maturità Takoua sogna l’animazione: “Voglio arrivare a un pubblico vasto. Capisco che non tutti hanno la costanza o la voglia di leggere un fumetto per intero. Con il cinema d’animazione in pochi minuti la storia diventa per tutti e di tutti, basta guardare lo schermo”. Alla fine, Takoua raccoglie e sistema con cura i disegni sparsi sul tavolo. Li rimette in ordine nella cartellina gialla. Anche la sua è, in qualche modo, una piccola, personale “rivoluzione dei gelsomini” che costringe a guardare l’Altro attraverso noi stessi.

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