Mio padre fa la donna delle pulizie

Mio padre fa la donna delle pulizie

Romanzo di Saphia Azzeddine edito da Giulio Perrone.

Recensione di David Frati per Mangialibri

Paul detto Polo ha 14 anni, frequenta da ripetente la terza media e il pomeriggio ogni tanto dà una mano a suo padre, che fa le pulizie. Uffici, discoteche, sale ricevimenti, biblioteche: Polo preferisce queste ultime, perché spolverando i ripiani e i libri impara parole nuove, scopre nuovi mondi pieni di fascino. Tutte armi in più per provare a sedurre Priscilla, una ragazza benestante che ama i libri e chissà perché lo trova simpatico (forse perché non sa che lui ce l’ha minuscolo, nonostante quello che dice suo padre per consolarlo). Oltre al cazzo piccolo, Polo ha una madre paralizzata – colpa di un incidente al lavoro quando lui aveva sette anni – che passa il giorno a guardare la tv, sfogliare le riviste di gossip e fare il sudoku, una sorella che fa l’estetista delle unghie e si fa scopare da tutti i neri del quartiere, e un compagno di banco rom che puoi dirgli tutto tranne che puzza (anche se puzza proprio tanto, sì), perché si offende da morire. La famiglia di Polo vive in un appartamentino minuscolo della banlieue parigina, ma prima stavano a Plouhardec, nel Morbihan: una delle poche cose che Polo ricorda della sua infanzia al paesino è lo zio che abusava di lui, possa crepare… 
La bella Saphie Azzedine è nata in Marocco, ed è emigrata in Francia con la famiglia all’età di nove anni: ma tutti i riferimenti biografici noti ci lasciano supporre che il percorso di immigrazione da lei attraversato sia stato tutto sommato se non indolore perlomeno non troppo traumatico. Probabilmente è da questa esperienza di vita che deriva il suo approccio disincantato e divertito, la leggerezza con la quale scrive una storia che non è solo un viaggio spassosissimo nella cultura sottoproletaria francese (ma potrebbe trattarsi tranquillamente della storia di una famiglia italiana della periferia di una grande città, non cambierebbe poi molto tranne forse l’ibridazione più compiuta con la cultura araba avvenuta nelle banlieue), non è solo uno sguardo tenero al rapporto padre-figlio: è anche e soprattutto una dichiarazione d’amore per la cultura. Perché far scoprire a un ragazzino della periferia più degradata la magia dei libri, il fatto che un uomo “può metterci 400 pagine per dire a una donna che lo ama” cos’altro è se non una poetica, vezzosa, ammiccante dichiarazione d’amore? 

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