Non stancarti di andare

Non stancarti di andare

Vi proponiamo due recensioni dello stesso fumetto:

Da Internostorie, 24 novembre 2017

Non stancarti di andare è un bel fumetto corposo (più di 300 pagine), denso di parole, di storie; è un lavoro importante quello di Teresa Radice e Stefano Turconi che abbraccia più fili – letterari e musicali, privati e attuali –, più livelli di lettura. 
La dimensione narrativa e illustrativa, documentatissima, di memorie e ispirazioni, vortice sincero e intimo, tesse una trama fittissima, arzigogolata, tesa. Andrebbe sfogliato – per i disegni –, letto – per la narrazione – almeno un paio di volte. E soffermarsi su ogni battuta, ogni ombra, ogni tessera fino a quando non ci si stanca.
Non racconterò la trama, svelerei troppo. Posso dire che se c’è un fumetto che parla del presente è proprio questo.

Iris dai capelli-di-grano e Ismail tabacco-legno-spezie-inchiostro raccontano l’attesa e sperimentano sulla propria pelle quel che vuol significare sconfinare l’uno nell’altra. È una storia di frontiera, quel limite apparentemente invalicabile, che mette a dura prova la pazienza, i diritti ma arricchisce. I due ragazzi si misurano con la lontananza degli affetti, la guerra e il dolore.
La Siria speziata, seducente di giardini e pacifica convivenza, mistica di quei soggiorni con padre Saul, colui che comprende senza giudicare, «una distesa di polvere rosa, luce abbagliante, vento che scombussola i pensieri e fruga irriverente tra le pieghe di un passato aperto, sopravvissuto millenni» è così lontana, non trova corrispondenza con il diario di viaggio di Iris e con le immagini attuali, un cumulo di macerie urbane e umane che la guerra civile ha ammucchiato sul ciglio della strada.
E quegli scontri hanno acuito l’odissea dei moltissimi, che sfuggono alla fame, alla morte, si ritrovano nelle mani di spietati aguzzini, opportunisti e truffatori che lucrano su questo immenso esodo civile. A ciò si aggiunge una burocrazia che non fa sconti a nessuno, nemmeno quando effettivamente non si è clandestini. La macchina dell’accoglienza è quella Lampedusa porto e simbolo di chi non si abbandona a facili pregiudizi ma si identifica in una geografia dei sentimenti comuni. Perché in quel “chiamatemi Ismaele”, di melviniana memoria, in ci si riconosce esuli. Tutti.
L’alba incantata che Iris osserva e imprime sulla carta sull’eremo siriano, passaggio morbido tra la notte e il giorno, buio e luce, potrebbe essere atteggiamento contro le distinzioni nette tra chi è di qui e chi è di là. Anche l’Istanbul di qualche anno fa, nei ricordi dei due ragazzi, aveva quel ruolo tra l’Europa e l’Asia, un ponte decaduto per la brama di potere.
Mediare e immedesimarsi.
Una Storia che non è possibile dimenticare, ha reso in un tempo remoto e recente gli europei migranti e colonizzatori.

sono il senso di colpa e la nostalgia che attanaglia Ismail, allontanarsi dalla sua terra d’origine significa scansare il destino funesto che impervia su quell’angolo di mondo:

Ah, la nostalgia! Ci trascina dietro con sé: non perché il passato abbia più senso del presente, ma perché è là che il presente cerca le sue radici… La nostalgia è dare valore all’istante in cui questo qui e ora è stato seminato nella nostra vita.

Il piccolo Ismael riceve questa rassicurazione da Saul, ispirato alla figura carismatica di padre Paolo Dall’Oglio che ha costruito a Mur Musa una comunità monastica fondata sul dialogo tra le religioni senza distinzioni e discriminazioni.

Dieci lune per l’attesa, per non perdere mai le speranze, gemme per le foreste, che Iris e Ismail perseguono su selciati diversi e che portano alla medesima meta. «Io sono un camminatore: guaderò sempre avanti», scrive Tagore, nume tutelare di Maite, madre di Iris, e di quel passato che si incrocia con la dittatura argentina.
Non stancarti di andare è un inno alla determinazione, al coraggio delle proprie scelte, all’«eterna ricerca di radici e destinazioni» che accomuna le vite terrene.

Non stancarti di andare di Teresa Radice e Stefano Turconi, Bao Publishing, 2017

Da Fumettologica di Alessandro De Cesaris

Appena chiuso Non stancarti di andare, l’ultimo lavoro di Teresa Radice e Stefano Turconi – già autori de Il porto perduto e firme di primo piano in casa Disney – sapevo che avrei avuto molte cose da dire. Questo non solo per la mole dell’opera – 321 tavole a colori fitte di testo, divise in dieci capitoli e strutturate su un arco temporale di almeno quarant’anni –, ma soprattutto perché la lettura di questo graphic novel costituiva una sfida per la mia sensibilità, per la mia apertura di lettore e la mia voglia di vincere alcune idiosincrasie.

Mi riferisco alle idiosincrasie che riguardano, innanzitutto, il dibattito sul multiculturalismo. Un dibattito che, come è (troppo spesso) evidente, oscilla tra la tesi dello scontro di civiltà e la facile retorica dell’accoglienza e dell’integrazione.

Ho aperto il libro temendo di trovarmi di fronte aun racconto edificante, l’ennesima minestra di buoni sentimenti che nasconde le mille difficoltà dell’incontro tra culture dietro un buonismo dolciastro e indigeribile. E di buoni sentimenti, in queste pagine, ce ne sono tanti: ma nessun buonismo, nessuna facile soluzione, soprattutto nessun desiderio di salire in cattedra per impartire qualche insegnamento sociale, politico, esistenziale.

Per questo la prima cosa da dire su Non stancarti di andare è che agli autori è riuscita una vera e propria quadratura del cerchio, uno smarcamento rispetto ai registri ai quali siamo abituati dai media, che ha permesso loro offrire un’opera impermeabile a qualsiasi cinismo.

Leggere queste pagine con sufficienza o sarcasmo sarebbe come calpestare un bel fiore, e in questo il racconto di Radice e Turconi riesce superbamente: imporre nel lettore il rispetto per qualcosa che, dalla prima all’ultima pagina, mostra di contare davvero.

Cominciamo dall’inizio. Non stancarti di andare è la storia d’amore di Iris e Ismail, lei disegnatrice freelance, veneziana, lui insegnante di storia dell’arte, siriano. La coppia è in procinto di iniziare una nuova vita a Verezzi, ma la terra di Ismail chiama per alcune ultime incombenze, e poco dopo la sua partenza Iris scopre di aspettare un bambino.

Ridotta all’osso, la storia raccontata da Radice e Turconi è la storia di una gravidanza. I capitoli del racconto scandiscono i mesi dell’attesa, questa attesa che gli autori identificano con l’amore, riferendosi a un sentimento che non può essere identificato né con la maternità né con l’erotismo, ma che sembra lambire tutto e tutto abbracciare, esprimendosi innanzitutto attraverso le parole.

Attraverso la separazione di Iris e Ismail, complicata dai mille imprevisti che si possono incontrare in una zona di guerra, gli autori innescano un meccanismo narrativo che rimette in gioco non solo il conflitto in Medio Oriente, ma anche le vicende biografiche dei protagonisti, le loro storie e le storie dei loro cari. È così che la storia di Iris e Ismail è innanzitutto una storia sulle storie, sul narrare stesso e la sua utilità, il suo incredibile potere d’unione.

Solo attraverso le parole di una storia, infatti, i protagonisti rimangono uniti nella distanza, ma è attraverso le altre storie, ad esempio i tanti flashback relativi ai parenti di Iris, che la narrazione assume un respiro più ampio, non incatenato alla semplice storia d’amore dei protagonisti.

Proprio il nesso tra vicenda privata della coppia e lo sfondo storico-politico tratteggia il circolo virtuoso che dà all’opera il ritmo giusto. Sfuggendo a qualsiasi tentazione di impartire lezioni, il registro dell’opera si muove interamente sul piano della soggettività dei protagonisti.

Questa soggettività, al tempo stesso, non è un solipsistico disimpegno, ma piuttosto esperienza di luoghi e tempi, persone e racconti, in un crescendo che trasmette valori senza imporli al lettore, che individua un punto di vista ma non lo sclerotizza in un manifesto politico o in una semplice formula retorica. La potenza di questo punto di vista appare pienamente in alcune battute, come quella in cui la protagonista minaccia scherzosamente di chiamare il loro figlio David: il modo in cui questioni epocali si intrecciano con la vita dei personaggi da una prospettiva sempre personale riesce a depotenziare qualsiasi soluzione facile, qualsiasi semplificazione oppositiva.

Lo sguardo soggettivo offerto dagli autori non è dunque “di parte” o “chiuso in sé”, ma attento alla resa di una vitalità ricca, piena di istinti, esperienze e contraddizioni, che riempiono le pagine dell’opera fino a traboccare.

Proprio per questa ragione appare sin da subito evidente che la storia raccontata non può essere del tutto inventata, come poi si conferma nella nota finale degli autori. Alcuni quadri appaiono troppo vividi, alcune dinamiche troppo complesse e dettagliate per essere il frutto di una semplice invenzione poetica. Per questo è il caso di parlare di “iperrealismo emotivo”, un’etichetta applicata ai bellissimi romanzi di Philippe Forest e che si riferisce proprio alla capacità di descrivere le costellazioni interiori di un personaggio semi-immaginario con precisione chirurgica, con una ricchezza quasi impossibile da percepire al di fuori dei meccanismi diegetici.

In questo iperrealismo si manifesta il punto di forza di Non stancarti di andare rispetto ad altre opere di contenuto e tema simile, su tutte Habibidi Craig Thompson, con il quale il paragone – per quanto inopportuno per certi versi – è tuttavia obbligato. L’opera di Radice e Turconi non ha senz’altro la ricchezza grafica, pure un po’ barocca, delle tavole di Thompson, e non ne condivide nemmeno il respiro epico, improntato fortemente su rimandi mitologici e archetipici.

Anche il tema della calligrafia, centrale in entrambe le opere, viene sviluppato in modi del tutto diversi: in Thompson è innanzitutto suggestione estetica, mentre qui si presenta più a partire dalla dimensione della parola, del gesto dello scrivere che si accompagna al gesto del narrare. A parte questo, comunque, Non stancarti di andare centra una dimensione umana che rimane parzialmente nascosta in Habibi, o meglio, che lì risultava più monolitica e carica simbolicamente, qui più sfaccettata e personale.

Nel rimarcare questa differenza un ruolo di primo piano viene giocato dalla resa grafica: la storia si muove in tavole fittamente riempite di dettagli grafici e testuali, con una parte scritta talvolta ipertrofica, finanche eccessiva, e un disegno a colori capace di rendere le espressioni e i caratteri soggettivi dei personaggi con una precisione che ricorda la lezione del miglior Will Eisner. La matita di Turconi permette di rendere personaggi al tempo stesso archetipici e del tutto realistici, o addirittura reali (come Padre Saul, dietro il quale si nasconde la figura di Padre Paolo Dall’Oglio).

Ottima anche la scelta di marcare le differenze tra i tempi della narrazione con differenze nello stile, nei colori e nei tratti: la tridimensionalità della sceneggiatura trova un perfetto contrappunto nella varietà grafica, che conduce il lettore in un labirinto familiare degno di un (buon) romanzo sudamericano, con incursioni in altre epoche storiche che non appesantiscono il racconto, ma piuttosto lo liberano da qualsiasi rischio di ricadere negli stereotipi della narrativa sentimentale.

Certo, non mancano alcune sbavature. Nella generale pregnanza della narrazione è impossibile non notare alcuni eccessi, delle brevissime ricadute nel dolciastro. Anche alcune espressioni, talvolta, indulgono troppo facilmente nel lirismo (e diciamolo: dopo Borisl’espressione “occhi del cuore” andrebbe bandita da qualsiasi opera narrativa). Puntare l’attenzione su queste piccolezze, tuttavia, sarebbe davvero immotivato.

La lettura di Non stancarti di andare mi ha offerto uno sguardo inaspettato su una dimensione troppo spessa seppellita sotto il chiacchiericcio del dibattito pubblico, sotto il cinismo dei social e la distrazione dei mass media. Leggere le pagine di Radice e Turconi non è un esercizio intellettuale, ma un’esperienza di condivisione e di scoperta, l’occasione per fermarsi un momento e ricordare la semplicità del contatto umano, l’importanza di continuare a pulsare sotto la scorza delle formule, delle abitudini, delle aspettative culturali.

Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *