Tamo l’ippopotamo

Tamo l’ippopotamo

Da Teste Fiorite, pubblicato il 27 maggio 2019:

Tamo è un ippopotamo speciale innanzituttto perché, a differenza di tutti noi, lui è nato così com’è, come lo vediamo… se lo troviamo tra le foglie. Tutto intero, grande come sa essere grande un ippopotamo che non è mai stato cucciolo. Chissà come deve essere nascere grandi, di sicuro, a giudicare dalla storia di Tamo, l’esser grandi porta una grande consapevolezza, di ciò che si è e di ciò che si sa fare o non fare.

Tamo ad esempio ci dice cosa sa fare anche se le tavole, in un gioco retorico tra testo e immagine curatissimo e meravigliosamente, ma delicatamente, ironico, spesso lo smentiscono: Tamo sa innaffiare (quando piove) sa fare le bolle sott’acqua (ma è fuori dall’acqua) e via così, Tamo è una creatura che, se fossimo ai primi del ‘900 qualcuno definirebbe inetta. Non adatta alla vita.

Ma Tamo una cosa la sa fare davvero, una cosa che nessun’altro sa fare come lui: sa covare le uova. Ogni giorno ne va in cerca , sotto le foglie, o lungo un fiume o dove capita raccoglie le piccole uova di cuccioli onn accompagnati e se ne prende cura, le cova, dà la possibilità a queste vite in potenza di schiudersi e di essere piccole, accolte, come a lui, evidentemente, nato tutto intero, non è mai accaduto.

Tamo si prende cura dei suoi piccoli e grazie a loro riuscirà anche finalmente a raggiungere la sua incredibile casa incredibilmente alta, tanto da non poter essere raggiunta se non con l’aiuto di tutti, uno sopra l’altro, ognuno a suo modo, uniti per stare insieme come una famiglia molto numerosa ed alquanto variopinta.

Qualcuno prenderà anche il buon esempio da Tamo, chissà se saprà innaffiare o fare le bolle o altre cose che tutti sanno fare, ma di sicuro avrà imparato a prendersi cura delle uova proprie ed altro. E’ lei, la tartaruga a cui è riservato uno scorcio del risguardo finale. Un altro libro di Daniela Iride Murgia aveva dedicato all’animale più lento e più piccolo il risguardo di chiusura: era L’inconnu e lì si trovava la lumaca ritardataria. Lì la lumaca arrivava in ritardo alla storia, ma sempre dentro lo spazio del libro, qui è la Tartaruga ad andare invece verso l’uscita della storia e del libro lasciandoci lo spazio di immaginarne altre, di storie speciali come quella di Tamo.

Tamo l’ippopotamo è un albo in cui tornano moltissimi elementi a cui ci sta felicemente abituando la poetica di Daniela Iride Murgia: i cromatismi irdiati come il suo nome, la dolcezza dei tratti curvi, le incusioni e le citazioni dell’arte e del design del Novecento. Ma in Tamo c’è anche qualcosa di più che mi pare renda questo personaggio più maturo, la storia più salda di altre già belle: Tamo è un personaggio a tutto tondo, e non solo perché è nato così, come lo vediamo, ma perché il suo essere si esprime nelle tavole e nel testo per ciò che è e per come evolve e per ciò che crea… Pur nella ripetizione della struttura narrativa, spesso contraddetta dalle immagini che però giocano anche loro al gioco della ripetizione fino ad un certo punto – elemento che torna spesso nella costruzione narrativa degli albi di Daniela Iride Murgia – la componente di crescita, di evoluzione, narrativa ed emotiva del protagonista e della nostra scoperta del personaggio ha la meglio. Tamo comincia col presentarsi e dirci cosa sa fare, anzi, cosa non sa fare, per poi prendere il volo lasciandoci di stucco nel vedere di cosa è invece davvero capace. 

La storia delle uova mi ha riportato alla mente L’uovo di Ortone di Seuss, anche quella una storia di accoglienza, amore, diversità che genera una creatura direi quasi metaforica. Qui invece Tamo di se stesso, ai suoi piccoli, lascia un atteggiamento, un’esempio di cura, una volontà di esistenza che, intuiamo dai risguardi, almeno la tartaruga porterà avanti in proprio.

Altro che inetto, Tamo è molto adatto all’esistenza a patto di non pensare l’esistenza come qualcosa di fisso, di deciso una volta per tutte, di stereotipato. Con Tamo non ho potuto non pensare a quando Recalcati parla dei bambini e dei ragazzi come piante di vite che non vanno raddrizzate (potete ascoltare l’intervista qui), come un tempo si pensava condannando tante vite all’ubbidienza all’idea di vita della maggioranza, bensì assecondate nel loro contorcersi, nel loro trovare una strada alla loro specifica attitudine.

Tamo non è stato seguito da un bravo maestro, da un bravo genitore, ma la sua attidìtudine l’ha trovata e l’ha assecondata e così è lui stesso diventato il bravo allevatore di viti storte, ciascuna libera di essere ciò che vuole e sa essere.

Le illustrazioni interpretano, anche contraddicendolo, il testo creando un’armonia d’insieme leggera e impercettibile, segno del grande lavoro di finitura che questo albo deve aver richiesto per arrivare al lettore così pulito, lieve, colorato.

Vi segnalo questa bellissima intervista all’autrice su Frizzi Frizzi che chiarisce molto bene alcuni aspetti della creazione e del senso di questo albo bellissimo.

Se non avete una buona libreria specializzata a portata di mano potete acquistare il libro anche qui

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