Kater I Rades, il punto di rottura: la difesa delle frontiere a qualsiasi costo

Kater I Rades, il punto di rottura: la difesa delle frontiere a qualsiasi costo

Dal sito di ADIF (Associazione Diritti e Frontiere) di Stefano Galieni. Pubblicato il 28 marzo 2018:

C’era già stato, la notte di Natale del 1996, il naufragio della Johan, al largo di Porto Palo, dove morirono 289 vittime accertate, ma quanto accaduto il 27 marzo del 1997 (Governo Prodi), con l’affondamento della Kater I Rades nel Canale di Otranto, segnò un punto di non ritorno nella costruzione della “fortezza Europa”. Una storia su cui riflettere oggi, per evidenziare come quanto accade da ormai oltre 20 anni non possa essere catalogato sotto la voce “emergenza”. La cronaca è brutale: la motovedetta albanese con a bordo circa 140 persone, soprattutto donne e bambini in fuga dalla guerra civile in corso in Albania, venne speronata da una corvetta militare italiana, la Sibilla, di pattuglia per impedire l’ingresso nelle acque territoriali nostrane. L’imbarcazione albanese, già vecchia e malmessa, affondò rapidamente. 81 i morti recuperati, 34 i sopravvissuti, gli altri ufficialmente dispersi. Il mare era a forza 5. La Sibilla si era avvicinata alla Kater I Rades per intimare, con il megafono, di ritornare in Albania, poi, invece di tenersi, date le condizioni del mare, ad almeno 100 metri dall’imbarcazione, la speronò, difficile capire se intenzionalmente o meno. Fatto sta che solo al comandante della Sibilla fu inflitta una condanna di due anni, a chi guidava la Kater tre anni e mezzo, con buona pace della giustizia.  Ovviamente nessuno dei responsabili del governo italiano, in quanto mandante, venne mai perseguito. Il parallelismo con quanto accade in questi mesi sul “fronte libico” è impressionante. L’Albania di allora, governata dal liberista Sali Berisha, era sul baratro provocato dal fallimento delle cosiddette Piramidi Finanziarie e larga parte della popolazione si stava ribellando al presidente, tanto da portare alla dichiarazione dello stato di emergenza.

Il governo italiano (di centro sinistra) e quello albanese si erano accordati per interventi di respingimento e dissuasione degli albanesi in fuga. Così come per l’attuale MoU con la Libia di Serraj, il parlamento non aveva dato l’assenso a tale accordo né erano note le regole di ingaggio dei militari impegnati nelle operazioni. La Lega Nord dell’allora secessionista Bossi non aveva più la presidenza della Camera, ma martellava quotidianamente chiedendo che si cominciasse a “sparare sui profughi”. Lentamente, a “Roma Ladrona” si andava sostituendo il “guai ai clandestini”. Per il naufragio, come per i tanti avvenuti da cinque anni in qua nel Mediterraneo centrale, ci fu un continuo rimpallo di responsabilità. A quei tempi non esistevano ancora agenzie come Frontex e missioni come Eunavfor Med, il processo di costruzione dell’UE non aveva avuto l’accelerazione monetaria e i poteri di Commissione e Consiglio non erano così ampi, quindi tutta la gestione ricadeva sulle autorità italiane. Su spinta dell’allora ministro dell’Interno Giorgio Napolitano, il governo aveva varato una settimana prima un decreto legge con cui si dichiarava lo stato di emergenza a causa della presenza dei profughi albanesie circa 300 di essi, ritenuti “indesiderati”, vennero espulsi in pochi giorni. Lo stesso decreto di emergenza che aveva messo in moto il meccanismo del blocco navale. A questo decreto ne subentrò un altro  dal titolo pomposo  di “partecipazione italiana alle iniziative internazionali in favore dell’Albania“, convertito in legge a giugno. In mezzo c’era stata la strage ormai ricordata come “del Venerdì Santo”. Come non pensare a quanto prodotto dall’inquilino del Viminale Marco Minniti, appartenente da sempre allo stesso partito del senatore a vita Giorgio Napolitano, che ebbe pochi mesi fa a dichiarare che gli sbarchi stavano “mettendo a rischio la tenuta democratica del paese”, giustificando in tal modo gli accordi con un governo come quello libico, non solo simile, nella sua composizione criminale, all’allora corrispondente albanese, ma ancor meno in grado di controllare direttamente il territorio amministrato, se non ricevendo finanziamenti per milizie alleate. Oggi gli sbarchi dalla Libia sono diminuiti, per ragioni ignobili che spesso abbiamo denunciato da questo spazio, ma occorre un altro terrore, e quindi vai con la minaccia jahdista, che ha tutto il sapore di quei meccanismi ad orologeria che tanto funzionano nella politica italiana. E se vent’anni fa c’era l’ex presidente della Camera Irene Pivetti a chiedere di “buttare a mare gli albanesi“, oggi il nuovo leader leghista Salvini non è da meno, quando urla “sospendiamo tutti gli sbarchi“!

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