Confini e Frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale

Confini e Frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale

Da Euronomade, pubblicato il 9/07/14

Recensione di TONI NEGRI.*

Dopo l’89 e la fine dell’Unione Sovietica il mercato capitalista è diventato globale. Da allora, pur attraverso molteplici crisi, tale globalità si è mantenuta – anzi, rafforzata. Si son tuttavia potuti osservare altri fenomeni: la relativa crisi dell’egemonia USA e soprattutto una nuova, sempre più evidente, progressiva costituzione e/o modificazione delle linee che definiscono gli spazi del tessuto globale. Lasciando alla geopolitica la discussione sul declino (o meno) della potenza nord-americana e sulla distribuzione ormai continentale della sovranità imperiale, concentriamoci sul nuovo dinamismo delle frontiere – non tanto di quelle esterne quanto di quelle interne, dei flussi migratori, degli esodi e della ricollocazione delle industrie manifatturiere, del riqualificarsi universale dei servizi logistici e finanziari … il “liscio” del paradigma globale ci si presenta ora piuttosto come un dislocarsi continuo di differenze e/o di diverse figure di organizzazione, di flussi e/o di potenze variabili di intensità, e la totalità si offre come insieme eterogeneo di movimenti spaziali e/o di rimodellate insistenze gerarchiche. L’orizzonte dei “mille piani” da astratto si è fatto reale. E dove non c’è più “fuori”, il “dentro” produce diversità sempre più rilevanti; dove il concavo è dato, il convesso si stabilisce non come contrario ma come fluttuante alternativa. Marx aveva ben descritto la tendenza (e l’interiore dispositivo) che spingeva verso la costituzione del mercato mondiale ma non aveva esplicitato come nello sviluppo della tendenza dovessero ricomparire diverse funzioni di dominio, insistenti sulla continua mutazione e sulla singolarità spaziale delle forme dello sfruttamento, dei dispositivi e delle tensioni gerarchiche – anch’esse variabili – del comando. La divisione internazionale del lavoro risulta implementata da una nuova strutturazione spaziale: come ciò avvenga, Marx non lo dice – tuttavia egli ci ha fornito un punto di vista dinamico, il movimento del lavoro vivo, dal quale guardare questa mutevole realtà (e a partire dal quale integrare la sua opera). C’è un grande lavoro da fare. Tanto più importante quando, dal punto di vista di un’analisi geopolitica di quella lotta di classe che ormai si svolge a livello globale, si avverta quanto siano usati e insufficienti metodi analitici altre volte efficaci, come ad esempio la possibilità di stringere dentro una chiave analogica (in termini di isoformia) strutture economiche e politiche, di poter fare della composizione tecnica del capitale e della forza lavoro la base di comprensione della composizione politica delle classi. Quelle logiche oggi spesso si scontrano e funzionano indipendentemente l’una dall’altra sicché dal loro confronto spesso deriva caos – oppure, come usano i reazionari, risultano ricomposizioni “deboli”, estremamente variegate ed instabili. Non c’è modo di affrontare realisticamente il problema se non immergendosi in questa nuova realtà e tentando di scomporla e ricostruirla genealogicamente.

Lo fanno Brett Neilson e Sandro Mezzadra. Il libro di cui parliamo Confini e frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale (Il Mulino, Bologna, 2014), era già stato pubblicato negli USA con il titolo Border As Method (peccato, per l’accademica e banale modificazione del titolo da parte dell’editore italiano!). “Le molteplici componenti del concetto e dell’istituzione del confine (giuridiche e culturali, sociali ed economiche) tendono a staccarsi dalla linea magnetica corrispondente alla linea geopolitica di separazione tra Stati-nazione. Per afferrare questo processo prendiamo le distanze dall’interesse prevalente per i confini geopolitici che caratterizza molti approcci critici, parlando non solo di una proliferazione ma anche di una eterogeneizzazione dei confini”: tali il presupposto e l’approccio. Questo significa che Mezzadra e Neilson assumono il confine in maniera del tutto nuovo (foucaltiana?) come punto di vista epistemologico, e si mettono sul confine per guardare, per costruire concetti adeguati ai flussi che sempre nuovamente costruiscono o contraddicono il dato, per condividere le passioni dei corpi che, attorno ai confini, lottano, oltrepassandoli o rimanendone vittime – in ogni caso esprimendo su questo terreno nuove risposte alle nuove figure del dominio – risposte sempre eterogenee quanto lo divengono gli attori che qui si propongono, ma sempre potenti quando si conceda alla riuscita dell’attraversamento della frontiera la dignità ontologica della produzione di soggettività. Assumiamolo dunque anche noi questo punto di vista e poniamoci su quel luogo privilegiato di lettura e di partecipazione, di differenza e di antagonismo, ai processi di globalizzazione.

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