Libertà di migrare: perché ci spostiamo da sempre e va bene così

Libertà di migrare: perché ci spostiamo da sempre e va bene così

Da Doppiozero del 6/10/2016, di Mario Barenghi

Dopo essere rimasti a lungo puntati in maniera pressoché esclusiva sul sisma che ha devastato il Centro Italia, i riflettori mediatici hanno ripreso gradualmente a volgersi altrove; e, com’era facile prevedere, tra gli obiettivi principali ci sono le acque del Mediterraneo, solcate dai barconi dei migranti. Accanto alle macerie, alle tende, alle lacrime dei sopravvissuti sono tornati sui nostri schermi i relitti, i salvataggi, i visi stremati dei naufraghi, i campi di raccolta, i muri. 

Nessun argomento come quello dell’afflusso dei migranti sollecita meccanismi istintivi di reazione. In certa misura questo è inevitabile, e sarebbe bene che tutte le forze politiche ne tenessero conto: non solo quelle xenofobe, che da sempre fanno leva sui moti irriflessi di repulsione verso l’estraneo e il diverso, tanto più che ora la tragedia del terremoto offre loro un facile spunto retorico. Non occorre un profeta per indovinare che di qui in avanti, per ogni futura somma destinata ai migranti, ci sarà chi recriminerà sulle risorse sottratte alla ricostruzione, all’assistenza ai terremotati, alla prevenzione antisismica. Ma poiché il fenomeno migratorio è davvero – insieme ai mutamenti climatici e alla sovrappopolazione – una delle questioni sulle quali si giocherà il nostro futuro, è importante averne una cognizione meno approssimativa. Un contributo prezioso, anche per la sua agilità, è il volumetto apparso pochi mesi fa nelle «Vele» a firma di Valerio Calzolaio e Telmo Pievani: Libertà di migrare. Perché ci spostiamo da sempre ed è bene così (Einaudi, pp. 134, € 12).

Per dirla nella maniera più breve, ciò che questo denso libretto propone è un esercizio di lungimiranza. Lungimiranza: cioè sguardo da lontano, che punta lontano. Le immagini della cronaca tendono a colpire, ad abbacinare, e perciò – a prescindere dalle intenzioni soggettive di chi le confeziona – tendono a fomentare risposte precipitose. Solo uno sguardo esteso su orizzonti spaziali e temporali di ampio respiro, può aprire la via a una maggiore consapevolezza, e quindi a decisioni più fondate ed efficaci. Non si può far fronte alle grandi questioni del presente senza conoscere il passato (anche il passato remotissimo), e se non si dispone di un’immagine globale dei fenomeni: e questo è tanto più vero se l’obiettivo che ci si pone è una gestione sostenibile delle migrazioni. Per inciso, a proposito del tempo presente, il Congresso Internazionale di Geologia tenutosi a Città del Capo il 29 agosto ne ha certificato la nuova identità. L’epoca post-glaciale (l’Olocene) si è conclusa, siamo entrati in una nuova era geologica, denominata Antropocene. Il termine non è nuovo; coniato negli anni Ottanta dal biologo americano Eugene Stoermer, ha cominciato a circolare e a diffondersi dall’inizio del secolo, specie dopo la pubblicazione di un articolo dello stesso Stoermer e dell’olandese Paul Crutzen (Nobel per la chimica nel 1995) apparso sulla newsletter dell’IGBP (International Geosphere and Biosphere Programme) il 31 agosto 2000. Quello stesso intervento, facilmente reperibile sul sito, ricordava peraltro che già nel 1873 Antonio Stoppani (sì, proprio quello del Bel Paese), aveva proposto per il nostro tempo la denominazione di «Era Antropozoica». 

L’intento degli autori di Libertà di migrare – uno studioso di evoluzione e un esperto di problemi ambientali – è di offrire «un atlante globale, storico e geografico, delle migrazioni umane, letto per la prima volta in chiave evoluzionistica». Anche se il volume si presenta come unitario, evidente è la spartizione dei compiti. La prima parte (grosso modo, 6 capitoli su 12), di competenza di Telmo Pievani, ricostruisce origine e sviluppo del genere Homo e della specie Homo sapiens; nella seconda, dopo aver tracciato una sintesi dell’età storica, Valerio Calzolaio illustra il panorama attuale del fenomeno migratorio e propone gli scenari possibili per i prossimi decenni. 

Tutti i viventi, vegetali e animali, si spostano, secondo le opportunità delle condizioni ambientali e la pressione delle variazioni climatiche. La migrazione di certe specie condiziona poi a sua volta altre specie; vi sono specie che si sono trasferite in luoghi diversi da quelli dove si erano formate, altre che si sono adattate a migrazioni periodiche. Nel caso del genere al quale apparteniamo, la migrazione ha svolto una funzione evolutiva straordinaria. Primate esploratore e camminatore, Homo si è evoluto migrando, e adattandosi rapidamente a ecosistemi quanto mai diversi fra loro. Ciò è avvenuto perché ai processi lentissimi dell’evoluzione genetica si sono aggiunti quelli ben più rapidi dell’evoluzione culturale. Ma diversamente da quanto si è pensato fino a poco tempo fa, la «novità cruciale» nella nostra filogenesi non è stata la crescita del cervello, bensì l’adozione della postura bipede, legata all’inaridimento progressivo dell’Africa orientale dopo la formazione della Rift Valley. L’avventura umana comincia da lì. 

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