La mia pelle è un fetish

La mia pelle è un fetish

Da Medium.com. di Oiza Q. Obasuyi, 13/08/19

La feticizzazione del corpo nero femminile è il risultato di un retaggio coloniale che si è avuto sia in America che in Europa. Per quanto riguarda il primo caso, e in particolare negli Stati Uniti, le donne nere che venivano schiavizzate e sfruttate nei campi da lavoro dai padroni bianchi, venivano ripetutamente stuprate e utilizzate come schiave del sesso. E se questi ultimi venivano sorpresi dalle loro mogli bianche, la colpa ricadeva sulla donna nera stuprata, poiché li aveva “sedotti”. Da parte delle loro mogli vi era questa “paura” che i loro uomini le potessero tradire per colpa delle donne nere, senza capire che il problema era il potere machista e razzista dei loro mariti. E questi ultimi si approfittavano di questa “paura” per uscirne completamente puliti. A questa idea di inferiorità razziale che veniva attribuita ai neri, si aggiungeva anche questo ruolo imposto di oggetto sessuale per le donne nere, utili solo per sfogare le violenze e le frustrazioni sessuali dei loro padroni. Anche gli uomini neri venivano estremamente sessualizzati: venivano visti come animali feroci che da un momento all’altro avrebbero stuprato le mogli bianche dei padroni. Ma lo stupro era una prerogativa e un diritto solo dei padroni bianchi: le loro mogli bianche non potevano né dovevano essere toccate, mentre le donne nere sì.

La storia di Sarah Baartman, conosciuta anche come Sarah Saartjie è un altro esempio di completa disumanizzazione della donna nera. Baartman era una donna di origine sudafricana che nell’800 venne esibita come fenomeno da baraccone nei più famosi Freak Show d’Europa. La sua caratteristica era quella di avere un fondoschiena di grandi dimensioni, fuori dalla norma, e dato che, all’epoca, ciò veniva visto come qualcosa di straordinario e affascinante da osservare —ma anche da possedere — il suo padrone decise di guadagnarci sopra con diversi spettacoli. Chi assisteva a questi spettacoli, chiedeva perfino di poter abusare di lei in “spettacoli privati”.

Oggi, il problema legato alle grandi e anormali dimensioni del fondoschiena di Baartman, verrebbe definito come steatopigia, ossia un problema legato alla lordosi lombare, quindi di grasso che si accumula principalmente nella zona inferiore del corpo. Ma è chiaro che allora non se ne conosceva la causa, e Baartman veniva denigrata in questi spettacoli disumani. Il macabro spettacolo durò anche dopo la sua morte, dato che il suo corpo venne sezionato: parti del suo cervello, il suo scheletro e i suoi genitali vennero tenuti come oggetti da esposizione nel Museo dell’Uomo, a Parigi. Era l’epoca della nascita del così chiamato razzismo scientifico. I suoi resti rimasero in esposizione fino al 1974 per poi essere mandati in Sud Africa, per volere di Nelson Mandela, dove verranno seppelliti ad Hankey solo nel 2002.

Quando si parla di razzismo e colonialismo, si fa quasi sempre riferimento a Paesi quali gli Stati Uniti, l’Inghilterra o la Francia, eppure anche l’Italia ha avuto un passato coloniale. Si tratta di un passato con cui gli italiani non hanno mai fatto i conti; se ne parla nei libri di scuola ma in modo molto superficiale, non vi è alcun approfondimento. Ebbene, la disumanizzazione della donna nera è avvenuta anche in questo caso e chi ha partecipato in prima persona in questa campagna coloniale del ventennio fascista, ad oggi, non viene considerato come personaggio problematico. Indro Montanelli, giornalista, nel 1936 su “Civiltà Fascista”, un quotidiano mensile del ventennio, scrisse “Coi negri non si fraternizza. Non si può, non si deve”. Allo stesso tempo, però, ha goduto dei privilegi del così chiamato madamato, ossia una relazione che si instaurava tra i colonizzatori italiani e le donne native dei territori conquistati.

Nei fatti, però, non si trattava di una “relazione” ma di un rapporto fortemente basato sulla superiorità del colonizzatore, che utilizzava la donna come schiava e oggetto sessuale, e l’inferiorità di quest’ultima. Montanelli possedeva una schiava di circa dodici anni, la descriveva come un “animaletto docile” e giustificava tutto ciò dicendo che “lì” (in Africa) le bambine “erano già donne”. La bambina nera, quindi, non veniva vista come tale, ma come una persona adulta, pronta a soddisfare i desideri dei colonizzatori. Eppure, come fece notare Elvira Banotti, giornalista e scrittrice, durante un’intervista in diretta TV a Montanelli, egli non si fece scrupoli ad adottare un comportamento che in Italia non avrebbe mai adottato nei confronti di bambine dodicenni bianche. Si trattava di abuso di minore a tutti gli effetti, ma i colonizzatori vedevano quelle terre conquistate come valvola di sfogo per fare tutto ciò che era proibito dalla legge nel loro Paese. Non si parlava di abuso di minore ma di mogli legalmente comprate e tutto era lecito.

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