Perché è solo la lingua che fa uguali

Perché è solo la lingua che fa uguali

Esperienze di integrazione in Val d’Aosta

Da Africarivista del 12/03/19

Conoscere una lingua è imparare a conoscere la cultura di un paese, di un popolo, è questa la via maestra all’integrazione. Lungo questo cammino si muove DoubleTe, la scuola di italiano per richiedenti asilo che nasce due anni fa ad Aosta, affiancando le attività di quattro cooperative ed un ente della regione, che operano nell’accoglienza dei richiedenti asilo.

Ce lo racconta Giulio Gasperini, operatore sociale e insegnante di italiano come seconda lingua, durante un incontro durante il festival “Toubab, incroci di culture” festival organizzato dalla Rete antirazzista Valle d’Aosta, dal 9 al 19 marzo ad Aosta e Gressan.

Per soddisfare le norme che richiedono un insegnamento di cinque ore settimanali di italiano per ciascun ospite, le cinque strutture, le cooperative La sorgente, Arc en Ciel, Pollicino, Enaip VdA e la Caritas decidono di unirsi per fornire insieme il servizio dell’insegnamento, per creare un progetto comune di alfabetizzazione e di scolarità.

Si parte dall’esperienza di un gruppo di volontari, che cominciano a dare lezioni di italiano e su questa base si costituisce nel 2017 la scuola vera e propria. In questi 2 anni di attività la scuola ha fornito servizio a circa 200 residenti asilo, quasi tutti provenienti dall’Africa centro occidentale, Senegal, Gambia, Nigeria, Costa d’Avorio, Mali, Guinea, Ciad, ma non solo.

La scuola si caratterizza per un uso particolare della didattica, non tradizionale: non bisogna imparare una lingua per affrontare le normali comunicazioni quotidiane, (dottore, supermercato, sportello…) ma per imparare i codici culturali che stanno dietro quella lingua, perché per potersi affermare come persona bisogna avere conoscenza dei codici culturali che permettono di interagire all’interno della nuova società di arrivo.

La lingua è quello strumento che serve non tanto per interagire, ma per riacquistare il diritto di parola; perché solo quando si torna ad essere consapevoli di chi si è, di quelle che sono le aspettative, i sogni, il vissuto, soltanto allora, ci si può relazionare con gli altri in maniera completa. Imparare la lingua e i vocaboli che servono per significarsi e comunicare con agli altri; quindi avere quel diritto di parola che viene meno durante tutto il processo di asilo, diritto negato o che al massimo si limita ad esprimere la dimensione della sofferenza; perché è quella sofferenza documentabile che ti viene richiesta durante il processo burocratico della richiesta di asilo.

La scuola ha scelto di essere al di fuori dei centri di accoglienza, di essere in un luogo neutro,  per rompere il legame tra il richiedente asilo e il centro, creando un ambiente che sia “altro” rispetto a quei meccanismi, e di essere una scuola dove si parla della persona, ma non investigando sulla persona ma parlando di argomenti sui quali tutti possano avere qualcosa da dire, e che quindi creino “senso” per tutti i partecipanti.

E vi si crea una didattica propria, senza libri, ma con materiali creati dalla scuola stessa, con laboratori di espressione artistica, che permettano di dire cose senza avere le parole. Il laboratorio artistico serve per far nascere il lessico, le parole, perché si impara meglio le parole che si sperimentano nell’espressione artistica, con cui si entra in contatto creando il proprio progetto.

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