Pane e cioccolata è il film che racconta di quando gli immigrati eravamo noi

Pane e cioccolata è il film che racconta di quando gli immigrati eravamo noi

Da The Vision di Alice Oliveri, 27/06/18

Quando Pif non era ancora un regista di film impegnati nella lotta alla mafia, era solito anche girare per le feste della Lega vestito da padano doc., con una parrucca bionda, facendosi chiamare “l’asburgico”. Un look che ricorda molto Nino Manfredi in Pane e cioccolata, del 1973, nei panni di un emigrato italiano in Svizzera negli anni Settanta, un travestimento che in quel caso, invece di imbrogliare i leghisti serviva per farsi riconoscere come autoctono dai freddi e precisi elvetici e risparmiarsi le loro discriminazioni. Il risultato dei servizi di Pif era prevedibilmente comico – considerato che più che dall’Impero Austro-Ungarico lui viene fuori dal Regno delle due Sicilie – e il senso della gag stava proprio nel sottolineare quanto ridicolo possa essere associare a un determinato modo di apparire anche un automatico diritto di appartenenza a un luogo. È un po’ quella sensazione che provano tutti i meridionali con capelli e occhi chiari e tratti delicati quando si sentono dire “ma non sembri meridionale”, per non usare un altro termine più colorito.

La questione sul fenotipo portatore sano di stereotipi e pregiudizi, ovviamente, non si ferma solo a un dibattito interno al nostro Paese: è passato giusto un anno dalla storia del trend scoppiato su Twitter, #ItaliansAreBlack, lanciato da un troll per sollevare il polverone della tanto ridicola quanto emblematica querelle. I toni erano palesemente ironici, e il succo del dibattito era non tanto dimostrare che gli americani pensino davvero che gli italiani siano neri, ma ridere dell’idea che qualcuno possa sostenerlo – e qualcun altro, ancora peggio, offendersi. Alla base di uno scherzo del genere però ci deve essere un aggancio con la realtà, altrimenti nessuno lo troverebbe né divertente né offensivo. La verità è che spesso, anche inconsciamente, chi vorrebbe dipingersi come il più progressista del pianeta, si ritrova a giudicare qualcuno per i suoi tratti somatici, che sia un suo connazionale o meno. E ci offendiamo se se ne associano a noi degli altri che sottintendano chissà quale vergognosa provenienza. Oggi poi, tra un ministro dell’Interno che usa il suo account Twitter per rassicurare gli elettori con post ironici sugli sbarchi dei migranti e proposte di censimento varie, il razzismo sembra vivere una fase di rinascita particolarmente positiva. Ben strumentalizzato a supporto di una propaganda che sposti il dibattito della questione migratoria su un livello tanto basso da risultare imbarazzante, proprio quel sentimento che serpeggia tra chi sublima le proprie frustrazioni con un odio arbitrario trova terreno fertile.

Non c’è una xenofobia legittima, un senso di superiorità puramente basato su un colore di capelli, una discriminazione rispetto alla forma degli occhi che meriti di essere tenuta in considerazione per qualsiasi ragionamento politico. Ma a maggior ragione in un Paese come l’Italia, che nella sua storia ha subito in prima persona un trattamento simile, la questione assume toni ancor più ridicoli e incomprensibili. Se qualcuno negli Stati Uniti scherza sul fatto che gli italiani siano di colore, è perché dietro a questo strano e desueto luogo comune, ripescato solo per un hashtag, c’è un pregiudizio che affonda le radici nel razzismo di cui erano vittime durante l’ondata migratoria cominciata nella seconda metà dell’Ottocento. E le ondate migratorie italiane non sono state poche, né confinate a una sola meta d’arrivo: si parla infatti di diverse fasi, con dei picchi di intensità in alcuni momenti storici, come per esempio quella detta la grande migrazione, avvenuta dopo l’Unità d’Italia fino alla prima guerra mondiale, e quella del periodo successivo alla seconda guerra mondiale. In quest’ultima fase, il flusso si diresse più verso i Paesi in crescita economica dell’Europa, motivo per cui oggi può capitare spesso di incontrare in qualche spiaggia siciliana famiglie intere che alternano il tedesco al dialetto, creando uno strano cortocircuito linguistico. Sono tutti gli emigranti che si sono riversati nelle fabbriche, nelle miniere, nelle cucine dei ristoranti della Germania, del Belgio, della Francia e, come il protagonista di Pane e cioccolata, in Svizzera. In questa fase di rigetto e chiusura, dunque, rivedere un film che racconta proprio questo particolare aspetto della nostra storia attraverso la vicenda personale di uno dei tanti emigranti è un esercizio di cambio di prospettiva utile.

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