Lezione di antirazzismo al mare

Lezione di antirazzismo al mare

Da Medium.com, di Oiza Q.Obasuyi, 26/08/19

Ultimamente sono in vena di pugni allo stomaco. Rifletto, leggo e scrivo pillole difficili da mandare giù, ma qualcuno deve dirlo.

Ogni estate compaiono post romanzati di gente che parla con senegalesi, uomini e donne, che fanno treccine o vendono cose al mare. Quella, su Facebook, diventa “magicamente” un’esperienza di vita.

Il punto è: che tipo di narrazione è? Cosa comporta? Che percezione cambia? E poi, cambia? O si perpetua una percezione stereotipata e triste?

Spesso vedo solo l’autocelebrazione di chi si sente un buon samaritano ad averlo fatto, magari con una bella foto da mettere sui social col senegalese che vende braccialetti.

Ora racconto la mia esperienza, senza tanti giri di parole. Quest’estate, nel mio stabilimento balneare, accanto a me, c’era una signora italiana che conosceva l’arabo e, ogni volta che passava una persona originaria del Marocco o del Pakistan, che vendeva braccialetti o asciugamani, li fermava non per comprare qualcosa ma per mostrare ai suoi amichetti della spiaggia che conosceva l’arabo. E questo lo si capiva perché tutto ciò accadeva in particolare quando le sue amichette stavano con lei. Ora, questi uomini, sfiniti, si fermavano per gentilezza e lei chiedeva cose in arabo che loro non capivano. “Eppure dovresti saperlo no?”, “E’ così che si dice”, così rispondeva quando vedeva che l’uomo non capiva, senza rendersi conto che l’arabo può variare da Paese a Paese, con sfumature diverse, o che non ogni persona di ogni Paese asiatico o africano lo sa parlare. Alla fine si rassegnava e ci parlava in italiano. In particolare, parlava con un uomo che vendeva asciugamani e gli chiedeva vita, morte e miracoli del suo Paese e della sua famiglia. Alla fine, la signora non comprava comunque niente. Non sapete il fastidio che ho provato per la sua insolenza e per le sue amichette che “eh ma da loro è così”, oppure “eh ma loro, sai..”.

Ma loro cosa? Cosa sapevano? Loro chi?

Siamo alla fine dell’estate, ma è da un po’ che vanno di moda racconti “antirazzisti” che su Facebook diventano virali per poi essere sbattuti su tutti i giornali. Recentemente ne ho letto uno su delle mamme di Trapani che hanno fatto da “baby sitter” a una bambina di una donna che vendeva oggetti sulla spiaggia. C’è una foto di quella bambina che circola sul web, non si sa nemmeno — e io me lo auguro — se abbiano chiesto il permesso alla madre di poter pubblicare la foto di una minore nuda in acqua. Diverse testate giornalistiche hanno pubblicato la foto senza censurare il volto della bambina. Io ci vedo solo la spettacolarizzazione di un corpicino nero, unita a una storia strappalacrime e auto-assolutrice dell’Italia “Paese accogliente”/“italiani, brava gente” che si prende cura degli altri. Non sono mancati i commenti del tipo “questa è l’Italia che conosco”.

Sono quelle storie che ti fanno dire “aww”, “oooh”, come quelle persone che al mare, quando vedono un bambino nero sulla schiena della madre dicono “Ma quant’è bello! Posso toccarlo?”, “posso prenderlo in braccio?”. Ma non vedete quanto sia problematica questa percezione? E’ forse un cane?

Molti di voi non si rendono conto di tutto ciò perché nessuno ha mai messo in discussione questa narrazione paternalistica del corpo nero che, infatti, non lo pone in una posizione uguale agli altri, ma di inferiorità. Un corpo indifeso, disperato, triste, che per forza ha bisogno di una stampella o di qualcuno che parli per esso.

Perché la persona nera, in questa dicotomia spettacolarizzata tra “migranti sì”-”migranti no”, o è un parassita “che ruba il lavoro” o è un disperato, un poveraccio, utile però ad essere sbandierato per ridare umanità all’Italia.

Questa narrazione non combatte nulla della retorica tipicamente razzista, specie se in questi racconti che ultimamente vengono sbattuti su tutti i giornali, il soggetto è un’altra persona. Ad esempio, il “pathos” che viene mostrato sull’ennesima aggressione razzista che viene descritta su un post su Facebook, per poi diventare virale e finire su una testata giornalistica, è di chi assiste a un’aggressione razzista, non di chi viene aggredito. In questo caso, il punto di vista è di quelle mamme di Trapani sulla spiaggia, non della madre della bambina. E poi, questa madre, chi la conosce? La sua storia interessa a qualcuno? E perché ci si interessa solo del punto di vista del salvatore o della salvatrice di turno?

Io rifletto, osservo, metto in discussione. E mi diranno che vedo problemi dove non ce ne sono. Ma non ve ne faccio una colpa: l’Italia non ha proprio le basi, né gli strumenti, per problematizzare e cambiare prospettiva, anche nella contro narrazione dei razzisti. Quindi le basi realmente antirazziste per contrastare le retoriche di intolleranza e ignoranza più becere.

Ora vi ripeto, quella storia delle “baby sitter”, oltre a farvi pensare a un’Italia “buona, solidale e salvatrice”, vi ha fatto pensare al soggetto del dibattito? Esiste questo soggetto? O è sempre muto? Ci fate mai caso?

Nelle foto sui social di chi parla di quanto sia stata life changing una chiacchierata di due minuti — come se bastassero per capire chissà che cosa della vita di qualcuno o del suo Paese di origine — al bar con un senegalese che vende cose, chi è il vero protagonista? Però il senegalese (che vende braccialetti, perché se non fa un lavoro “umile”, il post non fa abbastanza like) è funzionale, cruciale per questa narrazione unica, ripetitiva, monotona e tremendamente stereotipata.

Continua qui

Condividi:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *