30 anni dopo “Fa’ la cosa giusta” di Spike Lee è ancora il miglior film su razzismo e violenza

30 anni dopo “Fa’ la cosa giusta” di Spike Lee è ancora il miglior film su razzismo e violenza

Articolo tratto da The Vision, di Manuel Santangelo, 28/09/19

A trent’anni dall’uscita, l’errore principale che si tende a fare quando si analizza Do the Right thing (Fa’ la cosa giusta) del regista newyorchese Spike Leeè ridurlo a una storia strettamente statunitense, a una riflessione sull’identità e sul razzismo che non riguarda noi europei. È come se si innescasse un meccanismo di autodifesa: ci convinciamo che quelle prime parole pronunciate nel film, quell’esortazione a “svegliarsi”, non siano dirette anche a noi. Ammettere che il quartiere di Brooklyn in cui si svolge la vicenda si sia trasformato in un’allegoria del nostro mondo significherebbe d’altronde mettere in crisi le nostre certezze e la convinzione di essere profondamente anti-razzisti, aperti nei confronti delle altre culture.

In realtà credo non esista un’altra pellicola statunitense che racconti gli italiani in maniera tanto fedele, nel bene e nel male: non viene riproposto nessun classico stereotipo, i connazionali nel film non sono né “brava gente” né mafiosi che gesticolano. Si tratta di personaggi reali, inseriti in un contesto dove la loro identità dovrebbe in teoria convivere e arricchirsi amalgamandosi con quella degli altri. È proprio un attore feticcio di Spike Lee, l’italo-americano Giancarlo Esposito, a evidenziare l’abilità del regista nel capire la psiche degli italiani e la loro maniera di relazionarsi con altri gruppi: “Mio padre è napoletano e mia madre nera. Sentii subito che Spike aveva compreso molto profondamente la mentalità degli italiani. Credo che lui capisca in particolare quanto gli italiani si sforzino di apparire sempre come brave persone, quanto siano interessati a rivestire un ruolo nella comunità”.

Quello di comunità è un concetto chiave per capire l’importanza culturale del racconto a più voci di Fa’ la cosa giusta. Dal 1989 poco è cambiato: in una società sempre più individualista, i film si focalizzano quasi sempre su un unico personaggio perché l’industria dell’intrattenimento ha intercettato il crescente disinteresse del pubblico per quelle narrazioni che spingano a una riflessione collettiva. Questa scelta ha come conseguenza che, anche temi universali come il razzismo, vengono trattati insistendo sulle implicazioni che questi problemi hanno sui singoli protagonisti, depotenziando in questo modo la portata sociale di certi argomenti. Fa’ la cosa giusta resta prezioso soprattutto perché, con la sua miriade di personaggi, ognuno con la sua specifica identità, ci ricorda che non si può affrontare tutto come se fosse una questione strettamente personale, in cui l’unico punto di vista da tenere in considerazione è il proprio.

Il film è incentrato sulla giornata vissuta da una comunità multirazziale. I suoi membri sono accomunati solo dal vivere un clima di tensione molto attuale, in cui si ha sempre la sensazione che i conflitti nascosti a fatica sotto il tappeto possano esplodere da un momento all’altro. Le incomprensioni tra i personaggi nascono dal rifiuto di ognuno di andare oltre gli stereotipi per conoscere davvero l’altro e la sua cultura. In una sequenza iconica Spike Lee ce lo mostra facendo sfogare con lo sguardo dritto in camera un rappresentante di ciascun gruppo: ogni monologo è una sequela di insulti basati su classici pregiudizi e serve a spiegare che un melting pot non è garanzia di integrazione. Anche se vivono nella stessa strada che ha per epicentro la pizzeria, i protagonisti si odiano fra loro e hanno paura che mischiandosi possano “sporcare” la propria identità. Si assiste alla creazione di fazioni divise in compartimenti stagni: l’asiatico col suo negozio dove vende qualunque cosa viene sbeffeggiato dagli stessi clienti mentre latini, neri e italiani litigano per delle foto su un muro o su chi abbia prodotto la musica migliore.

Una parziale eccezione in questo senso è il nero Mookie, interpretato dallo stesso Spike Lee, che ha una fidanzata portoricana e lavora per alcuni italiani, rappresentando una sorta di trait d’union delle diverse anime del quartiere. La frattura però rimane profonda ed è un’insanabile fonte di incertezza, come fanno intendere anche determinate scelte registiche dell’autore brooklynese. Il film è formato da una serie di sequenze quasi autonome e per questo si cambia tono e registro in maniera schizofrenica: anche all’interno della stessa scena, non si sa mai se finirà tutto in farsa o se ci sarà un epilogo drammatico dello spaccato di vita raccontato. A volte lo stile diventa quasi documentaristico: nella scena in cui i ragazzi del quartiere aprono gli idranti per garantirsi un po’ di refrigerio, Spike Lee sceglie di dare l’idea di avere una certa distanza dai soggetti inquadrati, come se si trattasse di un reportage. L’instabilità di una situazione in cui al massimo ci si sopporta ma sicuramente non ci si ama è reso anche dalle tante inquadrature sbilenche, queidutch angle che danno sempre la sensazione che il personaggio inquadrato possa scivolare via dallo schermo senza appiglio.

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