Il razzista odia gli altri perché odia se stesso, ci disse Sartre.

Il razzista odia gli altri perché odia se stesso, ci disse Sartre.

Di Giuseppe Porrovecchio , The Vision, 28 ottobre 2018

Dal giugno 1940 al marzo dell’anno successivo, Jean Paul Sartre – che all’epoca aveva già raggiunto una riconosciuta autorevolezza come intellettuale, drammaturgo, scrittore e filosofo – venne fatto prigioniero e internato nello stalag XII D di Hinzert, un campo di concentramento vicino alla città di Treviri, in cui furono rinchiusi intellettuali e lavoratori tedeschi accusati di avversare le politiche naziste. Grazie a un medico che gli riconobbe l’invalidità, dovuta alla cecità a un occhio, e a un documento d’identità contraffatto, riuscì a farsi liberare e a partecipare alla resistenza francese. Entrò nella redazione di Combat, il cui editore era il suo amico Albert Camus, per contrastare la Repubblica di Vichy, militarmente neutrale ma di fatto Stato satellite del Terzo Reich. ”La guerra ha diviso in due la mia vita,” scriverà poi.

Inscindibile dall’esistenza, la guerra mutò anche il suo pensiero, e in una celebre conferenza dell’ottobre 1945 – durante la quale si racconta che svennero molte persone per via della calca accumulata nella piccola sala riservata – Sartre elaborò la “morale impegnata” del nuovo esistenzialismo, distante dal pessimismo che aveva caratterizzato L’essere e il nulla, la sua opera precedente. In quella sede, Sartre spiega di essere convinto che l’essere umano trovi la sua massima realizzazione nell’impegno sociale e politico verso il miglioramento della propria e dell’altrui condizione.

Entrato nell’immaginario popolare mondiale come simbolo dell’intellettuale impegnato, il filosofo scrisse anche testi di canzoni, come per Juliette Greco, e, insieme alla compagna Simone de Beauvoir e ad altri intellettuali, fondò Les Temps Modernes, rivista politica, letteraria e filosofica pubblicata da Gallimard. Proprio su quelle pagine pubblicò, nel dicembre 1945, un articolo intitolato “La République du silence” (La Repubblica del silenzio) in cui anticipava la prima e più importante parte di un saggio che avrebbe visto la luce nella sua interezza l’anno successivo: Riflessioni sulla questione ebraica. Lo scrisse nel tentativo di colmare un vuoto, notando come, nelle discussioni sulla Francia post-bellica, nessuno citasse l’imminente ritorno alla vita pubblica degli ebrei liberati dai lager. L’omertà aveva cause diverse: chi taceva lo faceva o perché era filonazista o perché, seppur disgustato da quanto accaduto, era intimorito dal pericolo di subire ripercussioni. All’epoca comunque non si conosceva ancora l’entità dello sterminio.

Il testo di Sartre presenta non pochi punti deboli, per cui fu molto criticato, nonostante alcuni di essi siano facilmente risolvibili contestualizzando storicamente l’opera e considerandola esclusivamente come, appunto, il risultato di alcune riflessioni parziali, dato che all’epoca riuscire a fare un quadro storico soddisfacente, in mancanza di dati, era praticamente impossibile. Anche perché molte prove sui campi di sterminio erano state occultate. Sartre aveva letto gli scritti di Charles Maurras, principale fondatore del giornale nazionalista e antisemita Action Française, e di Maurice Barrès, scrittore e politico antisemita, poi ravvedutosi. E aveva anche sperimentato in prima persona le conseguenze dell’antisemitismo, quando nel 1941 era stato chiamato per sostituire un insegnante cacciato da scuola a causa delle leggi razziali. Non aveva però mai approfondito la storia e la religione ebraiche. Si era così limitato a scrivere della propria esperienza diretta, basata su aneddoti, conversazioni con amici e conoscenti, descrivendo un mondo che conosceva solo in parte, ed enunciando le caratteristiche che l’antisemita odiava tipicamente nell’ebreo, finendo involontariamente per renderlo una caricatura.

L’originalità e la potenza del suo testo, però, sono particolarmente evidenti nella prima parte, quando Sartre descrive l’antisemita, la prima tra le quattro figure che emergono dalla sua analisi: il democratico, l’ebreo autentico, l’ebreo non-autentico e, appunto, l’antisemita. Egli “È un uomo che ha paura. Non degli ebrei, certamente: ma di se stesso, della sua coscienza, della sua libertà, dei suoi istinti, delle sue responsabilità, della solitudine, del cambiamento della società e del mondo; di tutto meno che degli ebrei.” (…)

Il sentimento razzista è una passione che nasce dal profondo dell’umano, dalle sue viscere, come la paura, e non è un caso che il nuovo governo faccia leva proprio su questo punto per portare avanti i propri antagonismi e fomentare gli animi. Invece di accettare la propria incompetenza, viene individuato di volta in volta un nemico diverso contro cui aizzare le folle: per primi furono gli ebrei, poi i rom, i musulmani, le donne. Oggi gli immigrati, gli omosessuali, i rom, i musulmani, e ancora le donne. Non è poi cambiato molto. (…)

Uno dei rimedi al populismo è la cultura e più in particolare il senso critico, a cui le nuove generazioni andrebbero educate. Tale compito non può che spettare alla scuola – visto che la famiglia non è sempre un luogo adatto alla formazione – dando più spazio all’insegnamento dell’educazione civica, della storia e della filosofia. Come diceva Platone: “Si impara per imitazione, partecipazione e fascinazione.” Bisogna rendersi conto che tutte le scuole secondarie, sono luoghi in cui occorre formare l’uomo attraverso l’educazione del sentimento, la sensibilizzazione per la politica e la condivisione di valori etici universali.

A livello del singolo, ognuno di noi deve essere consapevole che l’indifferenza e l’omertà sono nocive per la società tanto quanto il razzismo. Tacendo e non denunciando, si finisce per essere complici, per quanto involontari e indiretti. Oltre a postare con sdegno sui social le notizie che più ci colpiscono, dovremmo trovare il coraggio di farci promotori attivi dei nostri valori. Segui Giuseppe su The Vision

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