Il piccolo acrobata, storia di una vita di impegno contro i pregiudizi

Il piccolo acrobata, storia di una vita di impegno contro i pregiudizi

È appena mancato Raymond Gurême, figlio di circensi manouche e testimone del Samudaripen, il genocidio che colpì il popolo rom ad opera dei nazisti.

“Il 4 ottobre 1940, quando la sua famiglia fu arrestata e deportata. Raymond evase dal campo grazie alle sue doti di acrobata, quindi partecipò alla resistenza contro i nazisti. Autore di un importante libro di memorie, Raymond è stato oggetto anche negli anni più recenti di atti intolleranti e intimidatori. Ci lascia un’eredità di memoria e impegno contro i pregiudizi.” (Roberto Malini)

Dal catologo Piemme ” Il piccolo acrobata”, narrazione dello stesso  Raymond Gurême e di Isabelle Ligner, parte della collana “Voci”:

Raymond ha imparato a stare in equilibrio prima ancora che a camminare. I suoi genitori, gitani francesi, erano circensi, e il pubblico impazziva per il numero del piccolo acrobata. Negli anni Trenta, quando la maggior parte dei loro connazionali non sapevano né leggere né scrivere, vivevano in case spoglie e non uscivano mai dai loro villaggi,Raymond aveva una carovana con l’acqua calda che usciva dai rubinetti, conosceva tutte le regioni e sapeva leggere. Suo padre aveva combattuto per la Francia durante la Grande Guerra, ed era grazie a lui che nelle località più sperdute erano arrivati i film di Charlot.
Il mondo di Raymond finisce il 4 ottobre 1940, quando all’alba si presentano delle guardie e trascinano via tutta la famiglia. Senza una spiegazione, come fossero delinquenti. Vengono portati in un autodromo, trasformato in centro di detenzione. Lì, insieme a centinaia di altri gitani, vengono privati dei loro averi e lasciati a patire fame, freddo, angherie e umiliazioni di ogni genere. Costretti, pur denutriti e senza forze, a ripulire dalle erbacce la pista perché i tedeschi possano divertirsi a gareggiare. Ma il calvario è solo all’inizio. Raymond sarà deportato ai lavori forzati in Germania e vedrà da vicino l’Olocausto degli zingari, non meno feroce di quello riservato agli ebrei. Separato dai suoi, di cui non sa più nulla, a soli quindici anni dovrà ricorrere alle doti di equilibrismo imparate da bambino per sopravvivere. E attingere al carattere indomito e libero ereditato dalla sua gente, che lo spinge a inseguire la libertà. Sempre. A qualunque costo.

Per approfondire potete anche leggere un estratto del libro qui

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